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cucina, gatti, casa, e mille altre cose...ricette (dolci e un po' di salato), ma anche di gatti, libri, natura e tanto altro.


lunedì 5 ottobre 2015

Gennarino

Volevo postare una bella ricetta di un dolce vegano che è venuto particolarmente bene, ma me lo sono pappato dimenticando di fare le foto e così mi toccherà rifarlo per poterlo fotografare... E ripapparlo!
Così nel frattempo vi racconto di una bella esperienza che abbiamo vissuto circa un anno fa, nella speranza che possa anche essere di aiuto a chi si dovesse trovare nella stessa situazione: la cura di una piccola gazza.
Era l'inizio di luglio e un giorno, andando ad aprire il cancello, ho visto i gatti sulla stradina che porta alla mia casetta, molto interessati a qualcosa che non riuscivo a vedere. Mi sono avvicinata e ho scoperto questo piccolo di gazza (la giusta definizione, scopro poi, è pullo) che si dibatteva e cercava di fuggire dalle grinfie dei predatori. Quando ho cercato di prenderlo si è tuffato in mezzo alla siepe e così ho faticato non poco ad acchiapparlo, anche perché, sinceramente, temevo che mi beccasse.
Appena l'ho catturato il mio primo pensiero è stato: "E mò, che me ne faccio?"
Anche perché le pochissime esperienze che avevamo avuto in passato con dei volatili non erano andate a buon fine. Ma adesso, naturalmente, esiste internet! E quindi la possibilità di cercare immediatamente qualsiasi informazione: cosa, e soprattutto come, mangiano; dove tenerli, quando liberarli...
La difficoltà più grossa è naturalmente dar loro da mangiare: ci sono diverse modalità e ogni razza usa la sua. Ho scoperto ad esempio che i colombacci prendono la pappa dal becco dei genitori, l'ho imparato perché abbiamo avuto anche questa esperienza, ma questa è un'altra storia...
Torniamo alla gazza: c'è un video dove si vede molto bene il sistema di imboccarle (anzi, imbEccarle), perché questo uccello va invece nutrito così. Si prepara questo pastone, io l'ho fatto con le scatolette dei gatti mescolate a un prodotto apposito che vendono per uccelli frugivori (tipo merli e maine) e se ne prende un po' sulla punta del mignolo. La gazza dovrebbe imparare in breve ad aprire il becco e gli si infila il dito nel gozzo, abbastanza in profondità. Sembra una cosa terrificante, detta così. In realtà se non si mette la pappa in profondità, il piccolo non riesce a deglutire e può soffocare. Comunque sia, nel giro di un paio di giorni siamo diventati bravissimi in questa pratica anche perché Gennarino (il nome che gli abbiamo dato, ispirato al corvo della maga Amelia, nemica giurata di zio Paperone) era molto collaborativo e affamato. Eccolo mentre chiede cibo:



In questa foto è con noi da pochi giorni, potete vedere le ali pochissimo sviluppate, la coda è appena un cosino di un paio di centimetri.
All'inizio l'abbiamo tenuto dentro una grossa gabbia che abbiamo, ma ci dispiaceva che non si potesse muovere molto e così l'abbiamo collocato dentro la casetta di legno (che è perfetta perché ha le finestre quindi c'è luce, si poteva muovere ma non uscire). Andavamo spessissimo e lui era ogni volta contentissimo di vederci, naturalmente per il cibo, ma a noi piaceva pensare che fosse per amicizia.
Qui una visuale laterale, dove si possono vedere i magnifici colori delle ali e la corta coda.

 
 
Nella casetta aveva la possibilità di svolazzare un po', anche se naturalmente non era in grado di fare veri e propri voli, ma almeno irrobustiva le ali.
Avevo letto che i piccoli di gazza lasciano il nido dopo circa tre settimane, ma noi non sapevamo quando Gennarino si sarebbe sentito pronto. E se l'avessimo liberato troppo presto e lui (o lei, il sesso nelle gazze non si capisce e quindi è rimasto un mistero) non fosse riuscito a volare? Allora abbiamo studiato un sistema: lasciando la porta aperta, abbiamo appoggiato un'asse che lasciasse libera un'apertura in alto, abbastanza perché ci si potesse appollaiare e non troppo bassa che ci potessero arrivare i gatti. Dopo un paio di giorni (e qualche aiutino da parte nostra) Gennarino ha cominciato a passare molte ore del giorno sull'asse, a guardare il mondo esterno. Noi andavamo molto spesso a controllarlo e quando non lo vedevamo sull'asse pensavamo subito che fosse partito, ma invece lo trovavamo dentro, ancora un po' spaventato dal vasto mondo. Poi, un giorno, finalmente, non lo vediamo più! Abbiamo cominciato a guardare sulle piante intorno e a chiamare (di solito rispondeva al richiamo con il verso tipico delle gazze, una sorta di cia-ciak!) ma non riuscivamo a vederlo. Dopo un po' l'abbiamo visto, molto spaventato, sul ramo della pianta sopra la casetta, ha cominciato a rispondere ai richiami ma non aveva il coraggio di avvicinarsi. Il Top ha passato un bel po' di tempo sopra il tetto della casetta, facendogli vedere la pappa, perché avevamo letto che comunque i genitori li nutrono ancora qualche giorno dopo che hanno lasciato il nido. Alla fine, dai e dai, si è avvicinato e ha mangiato e poi pian piano si è rilassato. I giorni seguenti ha cominciato a svolazzare tra i rami e appena ci vedeva ci volava addosso per farsi nutrire, approfittando della situazione: come si suol dire, voleva trovare la pappa pronta. Qui è sulla mia mano, notare la lunghezza della coda:
 
 

Per circa tre settimane è stato in zona, chiamandoci quando non ci vedeva e scendendo subito appena uscivamo. Una sera addirittura è venuto vicino alla finestra e ci guardava da fuori cercando di entrare attraverso il vetro! Mi dispiaceva che soffrisse di solitudine, avevamo letto che il rischio per le gazze allevate dall'uomo è che poi non socializzano con i loro simili... almeno fino all'accoppiamento.
Qui è su un ramo, in tutto il suo splendore:



All'improvviso, ma proprio da un giorno all'altro, ha smesso di avvicinarsi, prima a me, qualche giorno dopo al Top. Dopo aver passato tre settimane con la testa per aria ogni volta che uscivamo, in attesa del cia-ciak e del frullio d'ali che lo accompagnava, abbiamo dovuto accettare il fatto che Gennarino ha deciso di diventare un uccello selvatico. Per qualche giorno è stato ancora in zona, rispondendo col suo verso al nostro richiamo, poi è sparito. Non abbiamo idea se sia rimasto qui o se se ne sia andato. Ci è dispiaciuto molto (il Top ogni tanto lo chiama ancora adesso!) ma almeno sappiamo che è stata una sua scelta e l'importante è che sia felice!

sabato 26 settembre 2015

Psyco (il gatto, non il film)

Oggi vi racconto la storia di Psyco.



Psyco arriva nientepopòdimenoche da Lampedusa! Quest'estate mia nipote vi si è recata in ferie. Il 12 agosto mi arriva un messaggio preoccupante: "Ho trovato un souvenir per te", con allegata foto di un gattino. Io ho pensato naturalmente a una battuta (ah ah ah ah) e invece... In una piovosissima giornata (peraltro rarissime a Lampedusa) ha sentito uno straziante miagolio in una stradina e ha trovato questo microgatto bagnato fradicio. Poteva lasciarlo lì? Certo che no, tanto poi ci pensa la zia Lidia. E così il fortunato vincitore del premio "Turista per sempre" 2015, il 16 agosto si fa un viaggetto in aereo per atterrare nelle umide e zanzarose lande alessandrine.
In realtà la nipote, che nel frattempo si era già affezionata alla bestiola, aveva deciso di tenerlo ma i suoi due gatti non l'hanno presa molto bene. Naturalmente io, per esperienza, sapevo che ci sarebbe voluto ben più che qualche giorno perché si abituassero, ma cuore di mamma non ha retto al disagio e così, come previsto, la nostra famiglia si è allargata.
Ovviamente anche i miei gatti non l'hanno presa benissimo, ma per fortuna, siccome era arrivata da poco la Luli, tutto sommato l'hanno "digerito" un po' più in fretta. Pensavo che tra tutti la Luli, che era arrivata da pochissimo, sarebbe stata la più disponibile, invece i primi giorni sono stati problematici.
Per fortuna è bastato poco perché si rendesse conto che quel cosino sarebbe stato un valido compagno di giochi e ora vanno d'accordissimo.
Vi chiederete perché quel nome. Ebbene: i primi giorni era davvero un po' schizzatino, aggrediva dando morsi molto nervosi, proprio da psicopatico. Per fortuna quel brutto vizio gli è passato, ora è tenerissimo e dolcissimo. Ma miagola tantissimo, in modo lagnoso, e quindi ci sembrava che questo nome che gli avevamo affibbiato i primi giorni fosse ancora piuttosto calzante.

 
 
 
Qui in uno dei primi "incontri ravvicinati" con Strudel
 
 
 
E qui dopo una sessione di gioco con la Luli, un po' di nannina.
 
 
 
E comunque, tutto il post è stato scritto con lui in braccio mentre ciuccia la mia maglietta. Non vi dico di notte, praticamente potrei partecipare al concorso "miss maglietta bagnata"!



martedì 22 settembre 2015

Pancakes vegan



Da un paio di anni io e il Top siamo diventati vegani. Dopo ventitré anni da vegetariani era arrivato il momento di fare il gran passo. Pensavo di fare un post dove spiegare i perché e i percome, ma alla fine mi sembra inutile, vi basti sapere che l'abbiamo fatto per motivi etici. Se invece a qualcuno interessa approfondire, mi può contattare in privato e sarò ben lieta di dilungarmi in spiegazioni.
Devo dire che io nel mio piccolo non ho mai incontrato nessuno che si scagliasse contro le nostre scelte, anche se quasi sempre dobbiamo replicare a una gran serie di obiezioni. Quasi tutti per esempio ci dicono che "però un po' di carne serve". Mettiamola così: provate a prendere una piantina e mettetela in una stanza al buio e non annaffiatela mai: potete essere ben sicuri che nel giro di poco tempo la piantina morirà, non può sopravvivere perché per lei acqua e luce sono essenziali. Esistono milioni di vegani al mondo e, udite udite, mai nessuno è morto a causa di ciò, anzi. I miei esami del sangue sono perfetti e così quelli del Top e non abbiamo grossi problemi di salute. Direi che possiamo quindi affermare che la carne e i derivati animali non sono essenziali per l'uomo, altrimenti non saremmo più al mondo o saremmo molto deperiti.
Mi sono accorta però che in rete, ovunque ci sia una discussione di vegani, c'è sempre qualcuno pronto a insultare pesantemente, forse perché è più facile farlo protetti dall'anonimato. Sono rimasta sconvolta, mioddio quanto odio!! Io sono sempre stata per il "vivi e lascia vivere" (in tutti i sensi, eh eh eh) e vedere tutto questo astio mi ha davvero lasciata basita.
E comunque non molto tempo fa ho visto il video di una vlogger (sapete cos'è? Io no, fino a quel momento: praticamente una che tiene un blog... video anziché scritto!) che si lamentava di non poterne più dei continui insulti che riceve tramite messaggi dove le contestavano tutto, dall'accento, al naso grosso, alla bruttezza del suo fidanzato (!). Insomma, mi dispiace davvero pensare che per ogni cosa che uno fa c'è sempre qualcuno pronto a criticare e insultare. E che cavolo, come diceva questa ragazza, tra l'altro anche simpatica, se non ti piace quello che faccio passa oltre, non sei mica obbligato a guardare/leggere!
Insomma, vorrei solo dire che ci vuole un po' più di tolleranza, accettiamo chi è diverso da noi.
Vabbè, dopo questa introduzione alla Madre Teresa di Calcutta, passiamo alla ricetta.
Premetto che ci sono milioni di ricette in giro, nessuna che mi desse soddisfazione. Non ho tentato di fare i pancake simili a quelli americani (che peraltro non ho mai mangiato) e non sono propriamente la cosa più salutista del mondo. Ma sono buoni? Sìììììì.

Ingredienti per 8 pancakes:
70 gr di farina
70 gr di fecola
120 gr latte di cocco (non quello nella lattina, che è quasi panna, ma nelle confezioni tipo quelle del latte)
2 cucchiaini di lievito per dolci
scorza grattugiata di mezzo limone (o più, a seconda del proprio gusto)
4 cucchiai di zucchero
olio di semi di arachide

Si mescolano semplicemente tutti gli ingredienti fino a ottenere una pastella abbastanza densa (un po' più densa di quella delle crepes).
In una padella larga almeno 35 cm fare scaldare cinque o sei cucchiai di olio. Solitamente si usa meno olio, ma in questo modo vengono più buoni, considerando che comunque non ci sono grassi nell'impasto non saranno troppo unti.
Fate scendere direttamente dalla ciotola l'impasto nella padella, quando l'olio è bello caldo: si solidificherà quasi subito e smettete di versare quando otterrete una frittella di circa 10 cm di diametro. Ne potete fare quattro contemporaneamente. Appena i pancakes  cominceranno a fare le bolle, girateli con una palettina e fate cuocere qualche minuto anche sull'altro lato. Metteteli sul piatto (se volete potete passarli prima su un pezzo di carta da cucina) e irrorateli con sciroppo d'acero. Si possono mangiare anche con altre cose, tipo marmellata o nutella o miele, ma lo sciroppo d'acero è proprio la morte sua!
Il bello di questa cottura è che vengono morbidi dentro, belli gonfietti, e croccantini all'esterno. Una goduria, vi posso veramente dire che non rimpiango per niente quelli che facevo prima (non vegan).